Siamo arrivati alla fine del nostro viaggio in Argentina. Tante storie raccolte, occhi inumiditi dalle emozioni e persi nei labirinti delle emigrazioni.
Il nostro volo per Roma sta per partire. Ho gli occhi pieni di lacrime, non sono patetico, sono emozionato perché qui mi sono sentito stretto in un’affetto diverso, un affetto che non ho mai provato dentro ai confini fisici del mio paese.
C’è una sfumatura, una prospettiva altra che dovremmo provare tutti per apprezzare le nostre comunità di origine un pizzico in più.
Il “progetto” che avevo in mente prima di partire è andato molto oltre, pensavo di fare una cosa bella e utile, si, ma avevo sottovalutato il potenziale, va bene così.
Ci sarebbe tantissimo lavoro da fare dal punto vi vista culturale e politico, il senso di questo piccolo lavoro è anche quello di discuterne, di arricchire i temi che ci riguardano da vicino con altre prospettive.
Da queste coordinate ho visto le nostre comunità, i nostri paesi, ancora più deboli e fragili di quanto le percepisca quotidianamente. I nostri paesi, troppo spesso sono incapaci di leggersi, di tenersi, di starsi vicino. Di una cosa sono abbastanza certo, il dispositivo da cui ripartire e attorno al quale lavorare sono le storie delle persone.
I nostri paesi, sono nel mondo, oltre che nei confini fisici e amministrativi.
Grazie a tutte le persone che hanno reso possibile tutto questo. Ad Adriana Speranza per essere stata una “Direttrice di produzione” impeccabile e per averci sopportato giorno e notte, Mario Greco per essere stato un compagno di viaggio paziente e flessibile, a Max e Maria per averci supportato e sopportato, a Laura, Noemí, Patrizia, Hugo, Ruben, Graziella, Teresa, Stella, Hugo, Marcella, Danele, Cristian e Micaela.
Grazie alle famiglie che ci hanno ospitato a Morea e Marcos Paz.
Grazie inoltre a tutti coloro che ci hanno donato anche solo dieci minuti del loro tempo, vi porteremo sempre nel cuore!