Al margine di ogni intervista scatto un piccolo ritratto, non so ancora quale posto prenderà nella composizione di questo progetto, ma so che è una cosa che mi piace.
Accostando la foto di Angiolina (nonna) e di Maria Belen (nipote) si apre un mondo. Le storie di emigrazione nei giardini dei sentieri che si biforcano.
Stiamo incontrando decine di persone, poche sono quelle nate a Caselle in Pittari, tante sono quelle che pur non essendoci nate sentono di appartenervi, sentono un legame che, a me, sembra a tratti eccessivo, smisurato. Un legame che dalla mia prospettiva ancora devo comprendere del tutto, forse non lo comprenderò mai, proprio perché queste cose le puoi capire solo se sei cresciuto a migliaia di chilometri di distanza con il richiamo della terra dove chi ti ha preceduto è nato, passando ore ad ascoltare racconti sbiaditi ma che vengono custoditi con le lacrime agli occhi, racconti fatti in un dialetto ancora più lontano. Parole che piano piano diventano una costante, un pezzo della casa dove cresci e così ti ci attacchi a quelle parole e anche se a Caselle in Pittari non ci sei mai stato loro sono lì a ricordarti un pezzo di te, un pezzo del mondo dal quale provieni.
Scrivo, queste poche righe per bloccare i pensieri passati ad ascoltare queste storie. A tratti mi chiedo anche perché sono qui, perché ho deciso di fare questo viaggio e di imbattermi nella raccolta di tutto questo materiale. Non ho una sola risposta e non credo di avere nemmeno una risposta solo mia, forse è un modo per comprendere meglio il mio paese, la mia comunità, qui lo chiamano il “pueblo”.